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L’incredulità dei giudei nel Vangelo di San Giovanni capitolo XII (37-41)
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Prologo

Ho già affrontato la questione dei motivi dell’incredulità ebraica basandomi sul Vangelo di San Giovanni (VIII, 43)[1].

Ora mi baso su un altro testo del medesimo Vangelo (XII, 37-50), forse meno famoso, ma molto interessante per aiutarci a capire - in questi periodi di sincretismo religioso - le differenze tra Cristianesimo e Giudaismo postbiblico e il grado di responsabilità del Giudaismo nel rifiuto di Gesù.

Gesù ha risuscitato Lazzaro da poco (Giov., XI, 1-46), il sinedrio ha decretato la morte di Gesù (47-53), la Domenica delle Palme Gesù è entrato trionfalmente in Gerusalemme (XII, 12-19), ma i capi dei Giudei si son mostrati irremovibilmente ostili ed increduli verso Gesù (35-70).

Le diversità tra Cristianesimo e Giudaismo rabbinico sono sostanziali: il primo professa la Divinità di Cristo e la Trinità delle Persone nell’Unica Natura divina; il secondo nega la Divinità di Cristo e la SS. Trinità e condanna Gesù come blasfemo poiché, pur essendo uomo, si è proclamato Dio.

La responsabilità dei capi dei Giudei, da quanto si legge nella S. Scrittura e nella Tradizione patristica, risulta oggettivamente reale e grave, volutamente ostinata.

Per capire meglio il significato del quarto Vangelo vediamo innanzitutto la spiegazione del testo evangelico data dal padre Marco Sales perché è la più semplice e didattica, poi quella data dai Padri della Chiesa e infine (nel suo celeberrimo Commento al Vangelo secondo San Giovanni) da S. Tommaso d’Aquino, il quale è il Dottore Comune o Ufficiale della Chiesa, che riassume, compendia e sublima la dottrina patristica.

Il commento di padre Marco Sales

Padre Marco Sales commenta: “Sul finire la narrazione del ministero pubblico di Gesù in Betania e in Gerusalemme, San Giovanni fa una riflessione sull’incredulità dei Giudei, i quali o negavano i miracoli di Gesù, o non osavano confessarli apertamente. Siccome dal vedere che così gran parte di Giudei era rimasta incredula, nonostante i miracoli fatti da Gesù, si sarebbe potuto muovere delle obiezioni contro il Vangelo, perciò l’Evangelista fa notare che l’incredulità dei Giudei era stata predetta dal Profeta Isaia (LIII, 1), vissuto attorno al 770 a. C., e viene così a far parte dei disegni di Dio e ad essere una prova della divinità del Vangelo” (M. Sales, Commento al Vangelo secondo San Giovanni, Proceno di Viterbo, Effedieffe, II ed., 2015, p. 89, nota 37 e 38).

Il Commento dei Padri ecclesiastici nella “Catena Aurea” di S. Tommaso

S. Tommaso d’Aquino nella sua Catena Aurea ha raccolto per ogni versetto dei quattro Vangeli i Commenti dei Padri più famosi e mi baso su questi.

S. Agostino commenta il “non potevano credere” (v. 39) con “non volevano credere”. S. Giovanni Crisostomo spiega che “il credere non era impossibile ai Giudei, altrimenti non ne avrebbero avuto colpa”.

Il Commento di S. Tommaso d’Aquino

Innanzitutto il Vangelo rimprovera l’incredulità totale dei Giudei, ma aggiunge che alcuni dei loro capi credevano di nascosto, però non avevano il coraggio di manifestarlo pubblicamente (Giov., XII, 42).

Il Dottore angelico scrive che il Vangelo ci mostra la “durezza straordinaria della loro incredulità” (S. Tommaso d’Aquino, Commento al Vangelo di San Giovanni, Roma, Città Nuova, 1992, vol. 2, p. 343, Lezione VII, n. 1688).

L’incredulità dei Giudei

Infatti Gesù aveva fatto molti miracoli strepitosi per virtù propria (senza dover chiederli a Dio come fanno i santi) e l’ultimo, la risurrezione di Lazzaro, che era stato sepolto da quattro giorni e “già puzzava” per la decomposizione del corpo, era un segno certo della sua missione divina. Nonostante ciò i Giudei e specialmente i loro capi (princìpi, scribi, sacerdoti, farisei e sadducei) gli chiedevano abitualmente: “Quale miracolo tu fai, affinché noi crediamo in te?” (Giov., VI, 30) ed è per questo che l’Evangelista Giovanni divinamente ispirato scrive: “Sebbene avesse compiuto tanti miracoli davanti a loro, non credevano in lui” (XII, 37) ed è per questo motivo che Gesù ben presto dirà: “Se non avessi fatto in mezzo a loro opere che nessun altro ha mai fatto, non avrebbero peccato” (Giov., XV, 24).

Gesù cita il Profeta Isaia che aveva predetto la loro incredulità e la causa di essa e San Giovanni (38-40), raccontandolo, scrive: «Non credevano in lui, perché si adempisse la parola detta dal Profeta Isaia: “Ha reso ciechi i loro occhi e ha indurito il loro cuore, perché non vedano con gli occhi e non comprendano con il cuore, e si convertano ed io li guarisca” (Is., VI, 9)».

Incredulità colpevole

San Tommaso spiega che la proposizione “perché”, usata da San Giovanni, ha significato consecutivo (post hoc) e non causale (propter hoc). Quindi essa indica un evento che avverrà in séguito. Infatti “i Giudei erano increduli non perché (propter hoc) Isaia lo avesse predetto; ma, siccome essi non credevano (post hoc), Isaia lo aveva predetto. Quindi per il fatto che non credevano si adempiva la predizione di Isaia” (cit., p. 344, Lezione VII, n. 1691).

Ora non bisogna ritenere che i Giudei erano costretti a non credere affinché si adempissero le parole di Isaia, interpretando male il detto evangelico: “È necessario che si compiano tutte le cose che sono state scritte” (Lc., XXIV, 44). Se fossero stati costretti non avrebbero peccato, non ne avrebbero avuto la responsabilità e quindi sarebbero stati scusati.

L’Angelico spiega: “La profezia va intesa nel senso che essi avrebbero usato del loro libero arbitrio per non voler credere. Dio conoscendo in antecedenza la loro incredulità, mediante la profezia la predisse, ma non la produsse. Infatti per il fatto che Dio conosce i peccati futuri degli uomini non per questo li costringe a peccare. Perciò il Signore, al quale nulla è nascosto, predisse che i Giudei avrebbero commesso quel peccato che poi essi commisero” (cit., p. 344, Lezione VII, n. 1692).

La causa della incredulità

Poi l’Angelico passa a spiegare la causa della loro incredulità. Se fosse vero che i Giudei non potevano credere perché Isaia lo aveva predetto, essi sarebbero scusabili, anzi la colpa ricadrebbe su Dio che avrebbe causato il loro peccato, il che ripugna.

Ebbene il testo di Isaia “e non potevano credere” può essere letto in due modi. Infatti una cosa può essere impossibile in due maniere: in maniera assoluta (un cerchio non può essere quadrato), oppure in maniera ipotetica (se per ipotesi io sto seduto in casa è impossibile che possa essere fuori di essa). Quindi si è scusati se non si compie ciò che è impossibile in senso assoluto (se non rendo quadrato un cerchio), ma se non si compie ciò che ci sarebbe possibile per supposizione o ipoteticamente non si è scusati (se ho la cattiva volontà di rubare non posso essere scusato del furto). Infatti potremmo deporre la cattiva volontà e non fare il male, ma se si vuole conservare la cattiva volontà ostinatamente allora non si hanno scuse.

San Tommaso spiega che il testo di Isaia “non potevano credere” va inteso come impossibilità ipotetica poiché avevano la volontà pienamente avvolta nella malizia di non voler credere.

Indurimento e accecamento

Quanto all’indurimento del cuore e all’accecamento dello spirito prodotto in essi da Dio (Is., VI, 9) “non vanno intesi nel senso che Dio infonde la malizia o che spinge a peccare, ma nel senso che non infonde la grazia, la quale grazia egli l’infonde per sua misericordia. Però il motivo per cui non l’infonde da parte nostra è il fatto che vi è in noi qualcosa, ossia un ostacolo che è incompatibile con la grazia” (S. Tommaso d’Aquino, cit., p. 347, Lezione VII, n. 1698).

Infatti Dio “vuole che tutti gli uomini si salvino” (1 Tim., II, 4), ma, se noi ci allontaniamo volontariamente da lui, allora sottrae a noi la sua grazia. “Deus non deserit nisi prius deseratur / Dio abbandona solo se prima noi lo abbandoniamo”. È come se uno chiudesse le finestre di casa e dicesse che non può vedere la luce del sole, però ciò non dipende dal sole, ma dal fatto che lui ha chiuso le finestre ed ha impedito alla luce solare di entrare in casa. È in questo modo che l’Evangelista dice che i Giudei “non potevano credere” e che “Dio li aveva accecati”, ossia poiché essi avevano posta la causa del loro accecamento e della loro incredulità (S. Tommaso d’Aquino, cit., p. 344, Lezione VII, n. 1698).

Il Commento dei Padri

S. Agostino commenta che “se Dio li accecasse anche se loro volessero esercitare il cuore e la mente nel bene e nel credere, Dio sarebbe ingiusto e malvagio, ma ciò è impossibile; invece l’accecamento è l’effetto e la pena della loro volontà maligna. Ciò succede non perché Dio voglia il peccato, ma solo perché Dio non aiuta chi non aiuta se stesso” (In Catena Aurea, Jo., XII, 40). S. Giovanni Crisostomo aggiunge “Dio non abbandona mai se prima non è stato abbandonato” (ivi).

Il Commento di padre Sales

L’esegeta domenicano scrive: “Non potevano credere perché non volevano, come dice S. Agostino (Tract. 53 in Joan.). La loro prava volontà fu preveduta da Dio e predetta dal Profeta Isaia. Ma chi previse e predisse la loro infedeltà non la fece e non la produsse, causandola. Quindi la pena per la loro mala volontà fu giusta, se Dio li accecò, vale a dire li abbandonò e non li aiutò più. Nello stile biblico viene presentato come fatto da Dio quello che Dio permette soltanto (in questo caso accecare gli occhi). Così qui si dice semplicemente che Dio li accecò perché permise il loro accecamento. Infatti i Giudei son colpevoli perché con malizia non vollero ricevere la luce e si resero indegni della grazia di Dio. Inoltre le parole di Isaia non sono citate alla lettera, ma nel significato, ossia come al tempo del Profeta gli Ebrei non vollero prestare fede alla parola di Dio, così anche adesso ricusano di credere alla parola e ai miracoli di Gesù” (cit., p. 89, note 39 e 40).

Il significato di Isaia (VI, 10)

L’Aquinate così commenta le parole di Isaia (VI, 10): «In queste parole troviamo tre cose: primo, l’indurimento e l’accecamento dei Giudei; secondo, l’effetto dell’uno e dell’altro “… perché non vedano, … e non comprendano”; terzo, il fine che essi raggiungono: “e [non] si convertano ed io [non] li guarisca”» (cit., p. 348, Lezione VII, n. 1699).

1°) Il fatto dell’accecamento

Quanto al primo punto, ossia l’accecamento e l’indurimento va notato che Gesù portava alla fede in due maniere: con i miracoli e con il suo insegnamento ed è per questo che rimprovera i Giudei per tutte e due le cose dicendo: “Se non avessi parlato loro, non avrebbero alcun peccato, ma ora non hanno scusa del loro peccato” (Giov., XV, 24), perché hanno disprezzato i miracoli e l’insegnamento di Gesù.

Per il fatto che non consideravano i miracoli con la dovuta diligenza il testo (Is., VI, 9) afferma: “Ha reso ciechi i loro occhi”, cioè gli occhi del cuore; infatti se i Giudei avessero considerato con diligenza i miracoli di Gesù avrebbero riconosciuto che non potevano derivare che dalla potenza di Dio.

S. Tommaso spiega: «Per il fatto poi che i Giudei non si lasciavano smuovere dall’insegnamento di Gesù, il testo (Is., VI, 9) aggiunge: “Ha indurito il loro cuore”. Infatti si mostra durissimo ciò che non si scioglie con un forte calore e che non si spezza sotto i colpi di Dio. Ora le parole di Cristo “sono come il fuoco e come il maglio che frantuma le pietre” (Ger., XXIII, 39). Sono fuoco, perché infiammano con la carità, e sono un maglio, perché frantumano con l’evidenza della verità e atterriscono con la minaccia. Tuttavia il cuore dei Giudei non dava ascolto alle parole di Cristo. Perciò è evidente che era indurito» (San Tommaso, cit., pp. 348-349, Lezione VII, n. 1700).

2°) L’effetto dell’accecamento

Quanto all’effetto dell’accecamento: “Perché non vedano con gli occhi [dello spirito]” per scorgere la Divinità di Cristo, occorre notare che la preposizione perché ha solo valore consequenziale e non causale, ossia Dio li ha accecati in conseguenza della loro cattiva volontà e li ha lasciati in essa, ma non ha assolutamente causato la loro prava voglia di non credere.

3°) Il fine dell’accecamento e dell’indurimento

La frase “…e si convertano e io li guarisca…” viene spiegata da S. Agostino (Quaest. In Ev. Mat., c. 14, 1-2; PL 35, 1372-1373) ripreso dall’Angelico (cit., p. 349, Lezione VII, n. 1701) nel modo seguente: supponendo nella frase la ripetizione del “non”, con il seguente significato: “E non si convertano ed io non li guarisca”. Ora a coloro che si rendono indegni di perdono dei peccati perché si ostinano nella cattiva volontà di peccare Dio non concede la grazia della conversione.

Il Commento di padre Sales

“Nello stile biblico e orientale viene spesso presentato come fatto da Dio quello che Dio permette soltanto e non impedisce. Così qui si dice che Dio accecò i Giudei nel senso che permise il loro accecamento o la perseveranza nel peccato. I Giudei son colpevoli perché con malizia non vollero ricevere la luce e si resero indegni della grazia di Dio, ponendo un ostacolo alla sua ricezione” (cit., p. 89, nota n. 40).

Isaia vide la gloria di Dio e di Gesù

Padre Sales scrive: «In queste parole (“allorché vide la gloria di lui e di lui parlò”) si ha una chiara testimonianza della divinità di Gesù Cristo. Infatti Isaia (VI, 9-10) riferisce le parole citate al versetto 40 là dove descrive una visione immaginativa o intellettuale in cui contemplò la gloria di Dio; ora San Giovanni fa notare che la gloria di Dio vista da Isaia era la gloria di Gesù, donde ne segue che Gesù è vero Dio e come tale fu riconosciuto da Isaia» (cit., p. 89 e 90, nota 41).

San Giovanni, infatti, scrive: “Questo disse Isaia, quando vide la gloria di lui e parlò di lui” (Giov., XII, 41). Commenta San Tommaso: «Isaia vide insieme la gloria di Dio e l’accecamento dei Giudei, come è evidente al capitolo VI versetto 1 di Isaia, nel quale si legge: “Vidi il Signore assiso sopra un trono eccelso ed elevato” (verso 1) e poco dopo si aggiunge: “Acceca il cuore di questo popolo e indurisci le sue orecchie, e chiudigli gli occhi, perché non veda con i suoi occhi, né oda con i suoi orecchi e non comprenda col suo cuore” (verso 10). E poiché quello che aveva visto era conveniente manifestarlo l’Evangelista aggiunge: “E parlò di lui”, cioè di Cristo, la cui gloria aveva vista» (cit., p. 350, Lezione VII, n. 1703).

Infatti chi vede la gloria del Padre vede anche quella del Figlio (e viceversa) e di tutta la Trinità, che è l’unico Dio che siede sopra un trono eccelso. Tuttavia la visione di Dio non va intesa qui come visione beatifica dell’essenza divina, ma si tratta semplicemente di una “visione” intellettuale, immaginativa di alcuni segni della maestà di Dio.

Per non appesantire troppo il lettore spiegherò i restanti versetti (42-50) del capitolo XII del Vangelo di San Giovanni nel prossimo articolo.

Conclusione

L’incredulità dei Giudei era stata prevista e profetizzata da Isaia sin da circa 700 anni prima di Cristo. Essa fu permessa, ma non causata da Dio. Si è avverata specialmente il Venerdì Santo ed è una delle prove, grazie alle Profezie dell’Antico Testamento avveratesi nel Nuovo Testamento, della divinità del Vangelo. I Giudei non volevano credere, erano ostinati e non hanno voluto arrendersi nemmeno di fronte ai miracoli più strepitosi (la risurrezione di Lazzaro) fatti da Cristo. La causa dell’incredulità dei Giudei fu la loro cattiva volontà ripiena di invidia, di gelosia e di odio verso Gesù poiché Egli si presentò come Messia spirituale, venuto per dare il Regno dei Cieli a tutti gli uomini di tutte le razze, mentre i Giudei si aspettavano un Messia militante e guerriero che desse loro il potere temporale su questo mondo e su tutte le Genti. Tuttavia, se soltanto pochi Giudei credettero in Cristo durante la sua prima venuta, il popolo ebraico nella sua maggior parte si convertirà a Cristo prima della fine del mondo: “Omnis Israel salvabitur” (Rom., XI, 26).

d. Curzio Nitoglia

Fine della Prima Parte

Continua



1] Cfr. Per padre il diavolo. Introduzione al problema ebraico, II ed., Proceno di Viterbo, Effedieffe, 2016.

 
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