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Lev Trotskij — La vita e le opere
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PRIMA PARTE

Il perché di quest’articolo

Il soggettivismo relativista è la natura del trotskismo, secondo il quale la teoria è al servizio della prassi, che deve portare alla Rivoluzione permanente. Occorre, per il trotskismo (come è stato approfondito e aggiornato dalla Scuola di Francoforte e dallo Strutturalismo francese), prima corrompere il mondo dei valori e dei princìpi, pervertire la gioventù scatenando gli istinti e le passioni disordinate come strumento di sovversione (nichilismo filosofico individuale e anarchia sociale), poi si potrà esportare la Rivoluzione permanente o il comunismo libertario-movimentista in tutto il mondo e vi sarà, così, una società millenaristicamente perfetta su questa terra.

La rivoluzione studentesca del maggio 1968 ha segnato la vittoria del trotskismo (rivisto e aggiornato in Europa tra il 1920 e il 1968) secondo il quale “un cervello vuoto (dei sedicenti studenti) è più propenso al comunismo che un ventre operaio affamato”. Il trotskismo ha fatto la rivoluzione degli anni Sessanta non grazie al proletariato, ma tramite la corruzione della gioventù studentesca, grazie al freudismo di massa e alla sfrenatezza dei costumi. Il sindacalismo rappresenta un altro cavallo di battaglia del trotskismo, esacerbando i contrasti tra imprenditore e lavoratore, maestro e studente, padre e figlio, marito e moglie, prete e fedele. Infiltrando la magistratura, corrompendo la scuola, l’insegnamento, la cultura e neutralizzando le forze dell’ordine. La moda e l’abbigliamento hanno esercitato un influsso notevole sul cambiamento di mentalità degli uomini, la musica pop, la droga liberalizzata, le canzonette leggere che arrivano là ove il libro e neppure il volantino non giungono; il tipo di vita frenetico, instabile, vagabondo hanno rivoluzionato o cambiato la faccia al mondo. I rotocalchi rosa, sotto apparenza di innocenza, hanno fabbricato una cultura di massa psicoanalitica e freudiana. Freud è diventato, così, una forza politica popolare che ha terremotato l’universo. Moda + musica + psicoanalisi di massa hanno cambiato la faccia del mondo e lo hanno reso una bolgia infernale.

Il trotskismo ha esercitato, innegabilmente, un notevole influsso sul mondo odierno specialmente tramite la rivoluzione studentesca del 1968. Per capire meglio questo fenomeno è bene studiare la figura del suo fondatore: Lev Trotskij.

La vita: dall’infanzia al 1917

L’infanzia

Il papà di Trotskij si chiamava David Lev Bronstein, era un ebreo ucraino e faceva il contadino. Possedeva una bella fattoria nella steppa vicino a Odessa. Qui nacque il 25 ottobre 1879 il suo quinto figlio Lev Davidovic Bronstein (che nel 1917 assunse Trotskij come nome di battaglia).

Lev fu educato al di fuori della religione ebraica così come di ogni altra religione. A scuola era uno studente eccellente, molto portato a scrivere bene ed anche per la matematica (cfr. F. Mauriac, Trotskij e Stalin, Il Corriere della Sera, 2 giugno 1959).

La prima attività politica

Trotskij iniziò l’attività politica a 18 anni quando nel 1897 fondò un’organizzazione clandestina chiamata “Unione Operaia della Russia Meridionale”, che dal punto di vista ideologico non era ancora molto determinata, oscillando tra il marxismo e il populismo, ma era ben strutturata da un punto di vista politico/rivoluzionario: contava circa 200 iscritti, aveva un giornalino ufficiale “Nashe Delo” (La Nostra Causa), che era scritto, ricopiato, ciclostilato e distribuito interamente da Lev Davidovic Bronstein (cfr. Marisa Paltrinieri, Trotskij, Milano, Mondadori, 1973[1]).

Il carcere e la Siberia

Tuttavia la polizia zarista di Odessa ben presto pose fine all’attività politica del futuro Trotskij e mise in prigione tutti gli aderenti alla sua Organizzazione. Il giovane Lev, in quanto capo dell’Organizzazione, fu internato per un anno intero in isolamento rigoroso, in una cella non riscaldata e infestata da cimici e pidocchi. Non poteva passeggiare e neppure godere dell’ora d’aria nel cortile della prigione. Non poteva lavarsi né cambiare la sua biancheria. Non poteva leggere né scrivere. Non poteva parlare con nessuno. Ma tutto ciò non fiaccò la sua resistenza mentre qualcuno degli internati in isolamento impazzì. Poi dovette scontare ancora un anno e mezzo di prigione a Odessa (ove ebbe come carceriere un certo Trotskij da cui prese il nome di battaglia), inoltre passò sei mesi in un carcere a Mosca (ove nel 1900 sposò legalmente Aleksandra Sokolovskaya di 5 anni più anziana di lui, che lo iniziò alla conoscenza profonda del marxismo e lo aiutò a distaccarsi dal populismo) ed infine assieme alla sua sposa fu deportato nella Siberia orientale (cfr. Isaac Deutscher, Il profeta armato, Milano, Longanesi, 1956).

Il ruolo della sua prima moglie

Aleksandra fu la sua prima moglie, dalla quale Lev ebbe due bambine, e giocò un ruolo molto importante per la vita di Trotskij, ella era una socialista assolutamente colta, fedele e ortodossa e aiutò non poco Lev a farsi un’idea politica più chiara e approfondita (cfr. L. Trotskij, La mia vita, Milano, Mondadori, 1930).

In Siberia Lev riprese l’attività politica clandestinamente, entrando in contatto con il Partito Socialdemocratico russo, che si era appena costituito. Iniziò a scrivere sulla “Rivista dell’Est” con lo pseudonimo di “Antid Oto” (dalla parola italiana “antidoto”) e si lanciò nell’azione rivoluzionaria.

La fuga dalla Siberia

Nell’estate del 1902 decise di fuggire; la sposa lo incoraggiò accettando di restare sola con due bambine da allevare e un manichino nel letto al posto del marito per ingannare il più a lungo possibile il poliziotto, che ispezionava le case dei detenuti politici.

Lev si diresse a Samara sul Volga ove si trovava il quartier generale del giornale di Lenin “Iskra”, ben presto Lenin che si trovava a Londra lo chiamò vicino a sé, avendo sentito parlare della sue gesta. Infatti oltre che abile scrittore e giornalista Lev era anche un ottimo oratore.

A Londra con Lenin: amore e odio

Trotskij arrivò nella capitale britannica nell’ottobre del 1902 ed entrò a far parte della redazione di “Iskra”,  che nel 1903 si spaccò in due parti: bolscevichi contro menscevichi. Trotskij si schierò con i menscevichi contro i bolscevichi di Lenin. Sembra che i motivi del suo dissenso non fossero politici, ma di carattere umano. Infatti Lenin voleva espellere dal suo giornale “Iskra” i tre membri anziani della redazione (tra cui Plechanov), che secondo lui non erano più efficienti, non più al passo coi tempi e con la rivoluzione, essi erano rimasti dei puri ideologi sorpassati e non dei pratici  organizzatori di cui la rivoluzione oramai imminente avrebbe avuto bisogno. Ora essi erano stati i co-fondatori e i primi collaboratori del giornale ed erano tre figure di primo piano nella socialdemocrazia russa. Il giovane Trotskij, ancora romantico e sentimentale, era legato ai tre da vincoli di amicizia (anche se Plechanov gli era stato ostile) e non capiva perché si dovesse infliggere loro una tale punizione umiliante. La logica del più maturo Lenin invece era fredda e inesorabile, metteva gli uomini come semplici mezzi al servizio della Rivoluzione come fine ultimo. Col passar del tempo anche Trotskij, perdendo il sentimentalismo iniziale, sarebbe arrivato a capire, ma in quel momento non vi riuscì e si rivoltò contro Lenin (cfr. Livio Maitan, Trotskij oggi, Torino, Einaudi, 1959). Ciò spiega perché Trotskij, indipendente sino al parossismo, ma che non fu mai un moderato, si schierò con i menscevichi, mentre poi, man mano che il menscevismo acquistava una fisionomia moderata e riformista, se ne distaccò totalmente ritornando al bolscevismo che ideologicamente non aveva mai abbandonato.

Occorre anche specificare che nel 1903 bolscevichi e menscevichi erano fondamentalmente comunisti e che solo piano piano i menscevichi cominciarono a tendere verso la socialdemocrazia e il riformismo moderato (cfr. Rudolf Schlesinger, Il partito comunista dell’Urss, Milano, Feltrinelli, 1962; Leonard Schapiro, Storia del partito comunista sovietico, Schwartz, 1962).

Ad onor del vero nel 1904 Trotskij nel suo libro I nostri doveri politici criticò severamente Lenin affermando, non senza fondamento, che la concezione leninista del Partito Comunista era elitaria e che il “centralismo democratico” avrebbe portato alla dittatura di un solo capo e che la dittatura de proletariato si sarebbe trasformata in dittatura sul proletariato (cfr. F. Soglian, La rivoluzione russa, Milano, Dall’Oglio, 1968). Però negli anni Quaranta, scrivendo la biografia di Stalin, Lev riconobbe che Lenin aveva avuto ragione, mentre lui si era sbagliato (non nel giudizio in sé, ma nel valore negativo che aveva attribuito al “centralismo democratico”).

Dai menscevichi ai bolscevichi

Tuttavia la sua attività filo-menscevica durò poco. Infatti ideologicamente egli era molto più radicale e più vicino al bolscevismo di Lenin. Quindi col crescere della sua insofferenza verso la linea moderata e riformista dei menscevichi, che si faceva sempre più preponderante Trotskij, nel settembre 1904, mandò una lettera aperta al giornale “Iskra” in cui annunciava la sua rottura coi menscevichi.

La prima rivoluzione del 1905 e la seconda moglie

Frattanto in Russia era scoppiata la prima rivoluzione nel gennaio del 1905 e Trotskij nel febbraio si affrettò a ritornare in patria, assieme alla seconda moglie[2] (Natalia Sedova incontrata nel 1903 a Parigi) per gettarsi nell’azione rivoluzionaria.

La Sedova apparteneva ad una famiglia della buona borghesia russa, era molto colta ed aveva deciso di dedicare la sua vita alla rivoluzione. Il suo inizio di azione rivoluzionaria ebbe luogo nel collegio snob in cui i suoi genitori l’avevano inscritta, avendo indotto le altre educande a rifiutarsi di andare a Messa. Dopo aver iniziato l’Università a Mosca, studiando estetica e storia dell’arte, passò a Ginevra ove aveva conosciuto il mondo dei fuorusciti politici, quindi si trasferì a Parigi dove fu incaricata dai rivoluzionari di accogliere Lev e di trovargli una camera; lo portò anche a visitare Parigi e lo fece appassionare alla storia dell’arte. Ciò lo aiutò ad avere una visione più ampia della cultura che non si limitasse alla sola politica.

Trotskij amava vestire in maniera elegante e ricercata e spesso dava un’impressione di sufficienza per cui non restava simpatico agli altri rivoluzionari che lo frequentavano (cfr. Lunaciarskij, Profili di rivoluzionari, De Donato Editore, 1967).

Ma la rivoluzione del 1905, esauritasi la spinta popolare del gennaio/febbraio, arrivò ben presto al capolinea. I lavoratori di Pietroburgo avevano perso la grinta sotto il torchio della repressione zarista. Invece Trotskij non abbandonò la lotta, sotto pseudonimo, si dette ad una intensa attività scrivendo una gran quantità di opuscoli, manifesti, articoli ed acquistando una grande notorietà (superiore persino a quella dello stesso Lenin, che essendo emigrato e non avendo fatto ancora ritorno in Russia si trovava tagliato fuori dall’azione rivoluzionaria). Tuttavia la polizia lo rintracciò e Lev dovette fuggire in Finlandia. Tornò in Russia in ottobre quando, dopo l’ammutinamento dei marinai del Potiomkin avvenuto il 14 giugno 1905 (W. H. Chamberlin, Storia della rivoluzione russa, Torino, Einaudi, 1941), gli operai riaccesero la lotta, organizzando uno sciopero generale in cui 75 mila ferrovieri incrociarono le braccia, bloccando la Russia intera. Gli scioperanti sentirono la necessità di un’organizzazione fornita di un nucleo direttivo, che coordinasse la loro azione. Le varie fabbriche russe elessero dei delegati, che formarono un consiglio direttivo. Nacque così il Soviet: l’organo più caratteristico della rivoluzione russa (cfr. L. Trotskij, 1905, Mosca, 1922, tr. it., Firenze, La Nuova Italia, 1970).

Il Soviet

Sulla questione del Soviet Trotskij è un precursore. Infatti egli fu il primo, durante un discorso del 19 settembre 1906, ad affermare che il Soviet sarebbe diventato “l’organo di potere del proletariato”. Questa posizione di Lev fu fatta propria da Lenin solo nel 1917. Infatti prima della rivoluzione del 1905 Lenin pensava che il Soviet fosse soprattutto un’organizzazione di combattimento e non un organo di potere rivoluzionario.

Trotskij occupò un posto di rilievo nel primo Soviet che nacque il 26 ottobre del 1905, ne divenne il principale ispiratore politico e il capo di fatto anche se non di nome (in quei primi mesi il presidente del Soviet era Krustalev Nossar, un avvocato al di sopra dei partiti). Il ruolo di Trotskij nel primo Soviet del 1905 fu fondamentale. Egli aveva la capacità di afferrare con un colpo d’occhio la situazione politica e di decidere in fretta nel modo migliore. Infatti quando lo Zar nel suo Manifesto del 17 ottobre del 1905 promise la Costituzione, le libertà civili e il suffragio universale e la gente aveva creduto alle sue promesse fu Trotskij che spiegò alle masse che si trattava di un diversivo, di parole senza fatti, che non sarebbero state messe in pratica. Egli disse: “Una promessa di pagamento non pesa quanto l’oro sonante. Una promessa di libertà non è la stessa cosa della libertà. Il Manifesto dello Zar è solo un pezzo di carta. Oggi ce lo hanno dato, domani ce lo toglieranno e lo stracceranno” (L. Trotskij, 1905, cit.). I fatti gli dettero ragione.

Nello stesso tempo Trotskij ebbe la prudenza di evitare la trappola dell’estremismo eccessivo, che avrebbe portato i rivoltosi alla disfatta per la loro iniziale intrinseca debolezza. Quindi il 19 ottobre fu proprio Trotskij a proporre la cessazione dello sciopero generale. Inoltre tre giorni dopo, essendo stato informato che la polizia sarebbe intervenuta in forze, ebbe l’accortezza di convincere il Soviet ad annullare ogni manifestazione per commemorare i lavoratori uccisi negli scontri con le forze dell’ordine, risparmiando realisticamente loro una carneficina.

Guerriglia politica

Secondo Lev la tattica di guerriglia politica, fatta di azioni di disturbo e di ritirate strategiche, era l’unica via percorribile in quei giorni, aspettando tempi migliori in cui la situazione si sarebbe evoluta in senso rivoluzionario. Infatti nel 1905 mancava quello che sarebbe stato determinante nel 1917: l’appoggio dell’esercito senza il quale i lavoratori non avrebbero potuto nulla.  Quando il 22 novembre furono arrestati vari leader del Soviet Trotskij convinse i suoi rappresentanti a desistere da rappresaglie immediate, che sarebbero state solo controproducenti. Tuttavia invitò il popolo al boicottaggio finanziario contro lo Zar: rifiutandosi di pagare le tasse, rifiutando le banconote, accettando solo oro e ritirando i propri depositi dalle banche. Siccome non era conveniente allora ricorrere alla forza si ricorreva all’unico modo per rovesciare lo zarismo, tagliandogli le entrate, ma circa 50 giorni dopo, il 3 dicembre del 1905, la polizia arrestò tutto l’esecutivo del Soviet, però la reazione popolare fu forte soprattutto a Mosca dove per 10 giorni si combatté sulle barricate nella città paralizzata dallo sciopero generale. Tuttavia la rivolta fu soffocata dall’esercito con violenza.

La seconda condanna e la fuga

I membri del Soviet furono arrestati e Trotskij venne condannato il 5 gennaio 1907 ad essere deportato in Siberia nel carcere di Obdosork, sul Circolo Polare Artico; giunto a Berezov Trotskij tentò la fuga attraverso la tundra siberiana.

Per la sua fuga dalla Siberia fu determinante l’aiuto di un medico, deportato anche lui, che gli insegnò a simulare la sciatica, onde essere lasciato nell’ospedale della città indietro dalla comitiva dei deportati. Qui la sorveglianza era scarsa e gli fu facile di procurarsi - con il denaro che portava nascosto nei suoi stivali - una slitta, delle renne e una guida indigena che lo accompagnasse fino alle miniere degli Urali, dove cominciava la ferrovia verso ovest.

Nell’aprile del 1907 Lev era a Londra per partecipare al Congresso del Partito Socialdemocratico Russo ove espose per la prima volta la sua teoria della “Rivoluzione permanente” difronte alle grandi personalità del marxismo russo, attaccando Lenin che faceva eseguire degli “espropri proletari” a mano armata, per autofinanziare il Partito Bolscevico, da un certo Josif Dzugashvili, che in realtà era Stalin ed ascoltava in silenzio Trotskij seduto non lontano da lui.

“La teoria della Rivoluzione permanente fu elaborata da Trotskij in collaborazione con l’amico Parvus (un ricco finanziere israelita) dopo la rottura con Lenin. Lasciando Ginevra, Lev si era trasferito a Monaco dove per qualche tempo visse in casa di Parvus. Marx aveva detto chiaramente che la rivoluzione socialista era compito del proletariato potente dei Paesi industrialmente più progrediti. Il socialismo, secondo lui, sarebbe succeduto al capitalismo solo dopo che quest’ultimo avesse compiuto tutta la parabola, dall’ascesa alla degenerazione. Perciò la maggioranza dei suoi discepoli russi aspettava in Russia prima una rivoluzione liberal/borghese, che favorisse lo sviluppo industriale e le libertà democratiche. Solo dopo, con il rafforzarsi del proletariato russo, ci sarebbe potuta essere una rivoluzione socialista in Russia. Invece Trotskij, già nel 1905, fu il primo a sostenere che in Russia, grazie all’audacia dei suoi lavoratori, si sarebbe potuti passare direttamente dal regime autocratico zarista alla dittatura del proletariato. Tuttavia, la rivoluzione socialista russa non avrebbe potuto mantenersi a lungo in vita, se non si fosse propagata sùbito alle Nazioni europee. La Russia poteva agire per prima accendendo la scintilla, ma il socialismo poteva instaurarsi stabilmente solo nel quadro di un movimento internazionale. Altrimenti avrebbe subìto un’involuzione e sarebbe scomparso dalla scena” (Marisa Paltrinieri, Trotskij, Milano, Mondadori, 1973, p. 29).

Dopo il Congresso londinese Trotskij si trasferì a Vienna (con la seconda moglie da cui aveva avuto un bambino, che era nato mentre lui era in carcere) dove visse per 7 anni, che furono ricchi di felicità familiare e di intensa attività culturale e politica. Dall’ottobre del 1908 Lev iniziò a dirigere la “Pravda” viennese, un giornaletto (prima quindicinale e poi divenuto addirittura mensile e bimensile per mancanza di fondi) che egli aveva rilevato da un gruppo menscevico ucraino. Però i bolscevichi (tra cui Stalin) gli scipparono il giornale, con sua grande irritazione, nell’aprile del 1912, cominciando a pubblicare un quotidiano intitolato la “Pravda”.

Con l’avvicinarsi della Prima Guerra Mondiale le posizioni di Trotskij si riavvicinarono a quelle di Lenin. Infatti Lev si scagliò contro quei socialisti, che invece di opporsi alla guerra si erano lasciati incantare dal nazionalismo e dal patriottismo. Anche Lenin aveva tuonato contro di loro, mentre i menscevichi parteggiavano per l’entrata in guerra. Allora cominciò la marcia del riaccostamento graduale tra Trotskij e Lenin.

All’inizio del 1914 la famiglia Trotskij lasciò Vienna per Zurigo in Svizzera (che era neutrale) e alla fine di novembre si trasferì in Francia, ma nel settembre del 1916 il governo francese, alleato dello Zar espulse Trotskij in Spagna da cui si diresse in Usa, arrivando il 13 gennaio 1917 a New York, però appena 2 mesi dopo arrivarono dalla Russia le prime notizie sulla rivoluzione del febbraio 1917, allora il 27 marzo i Trotskij ripresero il mare per giungere in Russia, ma essendo giunti al porto di Halifax in Canada, che allora dipendeva dalla GB, la polizia canadese salì a bordo e prelevò Trotskij per internarlo in un campo di concentramento. La GB non si fidava di Trotskij e il nuovo governo russo (composto in larga parte da conservatori, aristocratici e alti borghesi), non desiderando di rivederlo troppo presto, chiese all’Inghilterra il rilascio del prigioniero solo verso la fine di aprile. Così Trotskij fu l’ultimo dei rivoluzionari ad arrivare a Pietrogrado il 4 maggio 1917.

Dal 1917 alla fine della Prima Guerra Mondiale

Maggio 1917: Trotskij torna in Russia

Quando nel maggio del 1917 Trotskij arrivò da New York a Pietrogrado, il primo Governo provvisorio della rivoluzione (composto in larga parte da aristocratici e alti borghesi) era già caduto a causa di una grave crisi ministeriale. Allora i conservatori cercarono l’appoggio dei socialisti moderati e si formò una coalizione composta da conservatori, socialisti moderati e menscevichi. Lev giunse proprio quando il nuovo Governo stava assegnando le cariche ministeriali, di cui 10 sarebbero andate ai conservatori e 6 ai socialisti moderati e ai menscevichi. La situazione non era facile, i menscevichi e i socialisti si erano presi il compito di fare da intermediario tra i conservatori e la massa degli operai e dei soldati (questi ultimi, a differenza del 1905, oramai parteggiavano apertamente per la rivoluzione socialista). I conservatori pensavano che la rivoluzione fosse finita con la deposizione dello Zar e che occorresse formare un governo costituzionale, ristabilire l’ordine e continuare la guerra. Invece i bolscevichi ritenevano che la rivoluzione fosse appena iniziata. Essi esigevano l’abolizione della grande proprietà terriera e la sua distribuzione ai contadini. Inoltre volevano la fine della guerra anche a costo di capitolare incodizionatamente. Infine, come organo amministrativo dello Stato, riconoscevano solo il Soviet. I socialisti moderati, stretti tra questi due fuochi erano costretti a barcamenarsi tra compromessi, ambiguità e mezze misure. Questa era la grande debolezza dei socialisti moderati sùbito scorta da Trotskij (cfr. Georges Soria, Les 300 jours de la révolution russe, Parigi, Laffont, 1967).

Trotskij entra nel Partito Bolscevico

La posizione di Lev, nei primi mesi del 1917, era divenuta molto simile a quella di Lenin e dei bolscevichi, cosicché entrò nel Partito di Lenin, facendovi confluire l’Organizzazione politica, rivoluzionaria ed elitaria che aveva creato nel 1913 e che si chiamava “Mezrayonka” (“Organizzazione inter-cittadina”), che era perlopiù sconosciuta alle masse ed era composta da varie eminenti personalità, insomma era un piccolo esercito di “generali senza soldati”. Finalmente il 10 maggio 1917 i bolscevichi e “Mezrayonka” si riunirono per discutere la fusione. Fu il primo rincontro tra Lenin e Trotskij dopo le accese polemiche del passato.

Lenin accolse volentieri Trotskij che, nonostante i diverbi passati, continuava a stimare date le sue eccellenti qualità intellettuali e organizzative e lo chiamò a collaborare alla “Pravda”, che pur gli era stata sottratta. Dopo varie riunioni i due leader decisero di fondere i loro due partiti o meglio di far confluire quello di Trotskij in quello di Lenin per i primi di luglio del 1917, in occasione del sesto Congresso del Partito Bolscevico, ma i disordini che scoppiarono in Russia proprio nel mese di luglio rimandarono l’entrata di “Mezrayonka” nel Partito Bolscevico ai primi di agosto, quando Trotskij si trovava per la terza volta in prigione.

La personalità di Trotskij

Non mi sembra inutile riportare qui una descrizione della personalità di Trotskij fatta da due intellettuali russi nel 1917: “Quando Trotskij parla e si anima c’è qualcosa di cattivo nel suo sguardo e c’è anche dell’astuzia. Vi si sente il padrone geloso della propria autorità e insofferente verso chi lo contraddice. Ha unna fiducia estrema in se stesso e per gli altri un disprezzo latente, ma assoluto, che nasconde male. Trotskij non è tutto nella forza di volontà, ciò che domina in lui è l’intelligenza. La dialettica, il gioco delle idee, le malizie dello spirito, le sottigliezze intellettuali. Altra cosa da notare in Trotskij: il nervosismo. Egli non è una forza serena, ma agitata” (Claude Anet, La révolution russe, Parigi, Payot, 1919).

I bolscevichi furono incolpati per la sommossa popolare di luglio. Per la prima volta dopo la caduta dello Zar si colpiva un Partito politico rivoluzionario. Lenin fu accusato di essere una spia tedesca e dovette fuggire in clandestinità. La maggior parte degli altri capi bolscevichi finì in prigione.

Nasce il Governo Kerenskij

Frattanto venne formato il secondo Governo con Kerenskij come Primo Ministro e i socialisti moderati in tutti i posti di primo piano. Il generale Kornilov, un antirivoluzionario, venne nominato Capo delle Forze Armate e marciò su Pietrogrado per annientare tutti i rivoluzionari senza distinzioni. Allora Kerenskij dovette chiedere aiuto ai suoi rivali, i bolscevichi e specialmente ai marinai della fortezza di Kronstadt, che si rivolsero a Trotskij per sapere se dovessero combattere per Kerenskij contro Kornilov o contro tutti e due. Trotskij, incarcerato da Kerenskij nel luglio del 1917, convinse, per mero calcolo politico, i marinai a combattere per difendere il Governo Kerenskij contro Kornilov.

In realtà l’atteggiamento di Kerenskij fu assai ondivago. Infatti in un primo momento mirò a rafforzare il proprio governo emarginando i bolscevichi e si schierò con i conservatori, puntando sui soldati di Kornilov, ma questi mirava a spazzar via anche Kerenskij per restaurare un regime autoritario. Quando Kerenskij venne a sapere delle mire di Kornilov lo abbandonò e si rimise a fianco dei bolscevichi.

Caduta di Kerenskij e Governo bolscevico (25 ottobre 1917)

Kornilov venne sconfitto pesantemente, Trotskij venne rilasciato e i bolscevichi ingrossarono le proprie file a vista d’occhio. A settembre erano in maggioranza al Soviet di Pietrogrado e Trotskij ne venne eletto Presidente.

Lenin dalla Finlandia chiedeva insistentemente ai bolscevichi di rovesciare Kerenskij e prendere il potere. Trotskij concordava con lui, ma Zinoviev e Kamenev ritenevano (secondo la dottrina marxista) che la Russia - ancora rurale e non industrializzata - non fosse pronta per la Rivoluzione del proletariato. Il Governo Kerenskij era debolissimo.

Tra Trotskij e Lenin persisteva una certa differenza di opinioni. Infatti il primo pensava che la rivolta dovesse essere fatta da tutti i Soviet di modo che agli occhi del mondo risultasse come un fenomeno voluto dal popolo e non imposto soprattutto dai bolscevichi, mentre Lenin riteneva che la rivoluzione dovesse essere condotta esclusivamente dal Partito Bolscevico Russo. Ancora una volta il più maturo Lenin era privo di “scrupoli” che attanagliavano tuttora, ma non per molto, il più giovane Trotskij. Lenin mirava ai fatti, alla riuscita dell’azione senza porsi troppi problemi morali.

Tuttavia mentre Lenin inviava i suoi messaggi da lontano, Trotskij presente in loco poté cominciare ad agire in qualità di Presidente del Soviet della Capitale (Pietrogrado). Come prima mossa domandò le dimissioni di Kerenskij a nome del Soviet e il trasferimento di tutti i poteri del Governo al Congresso Nazionale del Soviet. Trotskij in quelle settimane intercorse tra la sua scarcerazione e la Rivoluzione d’ottobre raggiunse nel Partito Bolscevico una posizione di altissimo livello, seconda solo a quella di Lenin, ma ciò creò in molti altri capi bolscevichi (tra cui Stalin) dei sentimenti di invidia e di vero e proprio odio verso di lui (cfr. Isaac Deutscher, Il profeta armato, Milano, Longanesi, 1956).

Tuttavia, per quanto riguarda l’insurrezione armata, Trotskij voleva agganciarla al Soviet e non al Partito Bolscevico, ma non per boicottarla - come scrissero gli stalinisti - (cfr. Gorkij, Molotov, Voroscilov, Kirov, Zdanov, Stalin, Storia della Rivoluzione russa, tr. it., Milano, Feltrinelli, 1971), bensì perché il Soviet attirava più del Partito Bolscevico la fedeltà delle masse, che i bolscevichi avrebbero poi potuto sfruttare. Infatti nelle province i bolscevichi allargarono la loro influenza grazie alla loro maggior penetrazione nel Soviet (Leonard Schapiro, Storia del Partito Comunista Sovietico, Schwarz Editore, 1962). Quindi Trotskij non era contrario all’insurrezione armata per principio, ma voleva attuarla con maggior realismo mediante il Soviet (più popolare) piuttosto che con il Partito Bolscevico (più elitario).

Trotskij, poco a poco, con estremo realismo e con grande maestria, cominciò a preparare gli strumenti e a mettere a punto i piani preliminari per la rivolta. Secondo gli storici Lenin fu lo stratega della Rivoluzione bolscevica, mentre Trotskij fu il tattico[3] del colpo di Stato dell’ottobre 1917. La differenza tra la strategia di Lenin e la tattica di Trotskij è che se la prima fu vincolata soprattutto alle condizioni della Russia del 1917, la seconda fu svincolata dalle condizioni generali del suo Paese e così divenne pericolosa anche per l’Europa nella quale avrebbe potuto essere esportata. “La tattica di Trotskij rappresenta il pericolo permanente di un colpo di Stato comunista in ciascun Paese d’Europa” (Curzio Malaparte, Tecnica del colpo di Stato, Milano, Bompiani, 1948).

In poco tempo il Comitato militare rivoluzionario divenne perfettamente efficiente e rispondeva agli ordini di Trotskij quale Presidente del Soviet. Il 16 ottobre Lev, tramite il Comitato militare rivoluzionario, fece in modo che i reggimenti della guarnigione di Pietrogrado, che Kerenskij avrebbe voluto trasferire al fronte, gli si rivoltassero apertamente e restassero a Pietrogrado. Nel medesimo tempo l’ordine del Comitato, secondo cui gli arsenali consegnassero alla Guardia Rossa 5 mila fucili, venne eseguito prontamente. “Trotskij si era creato lo strumento perfetto, che teneva saldamente in pugno, per l’insurrezione armata. Il Comitato sarebbe diventato, nelle giornate di ottobre, il supremo organo della rivoluzione” (Marisa Paltrinieri, Trotskij, Milano, Mondadori, 1973, p. 57).

Lenin e Trotskij si incontrarono segretamente attorno al 20 di ottobre e Lev disse a Vladimir che il successo dell’insurrezione era garantito. Il piano era pronto ed era accuratissimo. Le forze dei Soviet erano soverchianti nella capitale e aspettavano un gesto provocatorio di Kerenskij per attaccare e occupare tutte le postazioni strategiche della città.

Il 23 ottobre Kerenskij ordinò la chiusura della redazione della “Pravda”. Allora Trotskij mandò i suoi soldati ad aiutare gli operai del giornale a rompere i sigilli governativi di modo che il quotidiano poté continuare ad uscire sotto scorta armata. L’insurrezione era cominciata.

Kerenskij ordinò l’incriminazione dell’intero Comitato militare rivoluzionario e l’arresto di Trotskij, che rispose comandando all’incrociatore Aurora di ancorarsi nella Neva tenendo sotto tiro il Palazzo d’Inverno, che era la sede del Governo.

La notte del 24 ottobre i soldati del Comitato rivoluzionario e le guardie rosse di Pietrogrado occuparono tutti i punti nevralgici della città. La mattina del 25 Kerenskij fuggì dalla capitale. Il pomeriggio Trotskij annunciò al Soviet di Pietrogrado la caduta di Kerenskij. Resisteva solo il Palazzo d’Inverno, dove si era asserragliato il governo difeso da pochi fedelissimi, che si arresero quando Trotskij ordinò all’incrociatore Aurora di bombardare il palazzo.

Il 26 ottobre si riunì il Congresso Nazionale dei Soviet di tutta la Russia. I bolscevichi avevano la maggiorana di due terzi. I partiti minoritari (menscevichi e socialisti rivoluzionari) decisero di boicottare il Congresso abbandonando l’aula.

Nacque, così, il primo Governo sovietico presieduto da Lenin con Trotskij al Ministero degli Esteri. I bolscevichi avevano vinto soprattutto perché avevano promesso la fine della guerra e la terra ai contadini. Ora avrebbero dovuto mantenere le promesse. Il 14 novembre 1917 Russia e Germania si accordarono per iniziare i negoziati di armistizio. Lo stesso giorno Trotskij rinnovò l’invito a Francia, Inghilterra e Stati Uniti di partecipare anche loro alle trattative, ma queste non risposero neppure. Quindi le trattative proseguirono per una pace separata con la Germania.

La resa senza condizioni

Il 27 dicembre 1917 Trotskij arrivò a Brest-Litovsk. Il capo della Delegazione tedesca, Kuehlmann, disse che siccome gli occidentali non partecipavano alle trattative, la Germania non si sentiva legata alla primitiva idea di pace senza annessioni né riparazioni. Trotskij cercava di prender tempo. Tuttavia la Germania non demordeva ed esigeva la Polonia e i Paesi baltici. Quindi l’unica pace che si prospettava per la Russia era umiliante e onerosa, senza condizioni.

Trotskij nel gennaio del 1918 arrivò alla conclusione che non bisognava accettare la pace con la resa senza condizioni, ma neppure continuare la guerra, sicuro che Germania e Austria non avrebbero attaccato un Paese smobilitato ed ormai in ginocchio, mentre avevano bisogno di tutte le loro forze per debellare la Francia, l’Inghilterra, l’Italia e gli Usa. Contro la tesi di Trotskij stavano le due, opposte tra loro, di Lenin e di Bucharin. Lenin (appoggiato da Stalin, Zinoviev e Sokolnikov) era per la pace a qualsiasi costo. Infatti era convinto che la Germania avrebbe attaccato e che i Russi non erano in grado di difendere il loro Paese. Invece Bucharin era per la guerra rivoluzionaria contro gli Imperi di Germania e Austria/Ungheria poiché riteneva che l’operaio e il contadino russo avrebbero ritrovato le energie per battersi. La maggioranza del Partito propendeva per la guerra. Quindi la formula di Trotskij apparve un ragionevole compromesso e Lev tornò a Brest-Litovsk, dove però i negoziati furono rotti. Le truppe germaniche dilagarono in Russia senza incontrare resistenza. Fu allora che la tesi di Lenin ottenne la maggioranza (per un solo voto in più). Il 19 febbraio 1918 il Governo sovietico chiedeva ufficialmente la pace. La resa senza condizioni fu firmata il 3 marzo 1918 e qualche giorno dopo il Governo sovietico si trasferiva da Pietrogrado a Mosca.

d. Curzio Nitoglia

Fine parte 1 di 2

Continua



[1] In quest’articolo ma baso sostanzialmente su questo libro, integrandolo qua e là.

[2] Con la quale visse per tutta la vita, ma che non sposò mai legalmente come aveva fatto con la prima moglie Aleksandra Sokolovskaya.

[3] “Strategia” significa comandare la condotta della guerra, mentre “Tattica” vuol dire ordinare i mezzi di combattimento per ottenere la vittoria come fine. Quindi Lenin fu il comandante della Rivoluzione bolscevica e Trotskij l’organizzatore prudente.


 
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